Programmazione Cinema KAPPADUE
79° Festival di Cannes - Palma d'oro per la miglior regia
Gli spettacoli serali saranno preceduti dalla visione del cortometraggio di Stefano Santini "Aneddotica del lasciarsi" (commedia 14')
Programmazione:
Nota orario con (*):
Thomas Mann torna in Germania con la figlia Erika dopo l’autoesilio negli Stati Uniti e l’attraversa per un ciclo di conferenze su Goethe passando dalla Germania Ovest alla Germania Est in un alternarsi di apprezzamenti e recriminazioni nei suoi confronti. Pawlikowski aggiunge una nuova riflessione al suo percorso di indagine sul rapporto tra l’uomo e la Storia.
Gli spettacoli serali de Fatherland al Cinema K2 saranno preceduti dalla visione del cortometraggio
Brevissima sinossi: Lorenzo ha vent’anni e s’innamora di un’insegnante di filosofia: i due si frequentano, poi lui viene lasciato, (ci) muore e infine conosce un’altra ragazza.
Regia di Stefano Santini, sceneggiatura di Emanuele Cadamuro e Stefano Santini, fotografia di Stefano Stroppa, costumi di Chiara Tommasini e Ester Olivieri, scenografia di Chiara Tommasini, make-up di Giulia Bellandi, musiche originali di Massimo Poli e Jacopo Castellani, suono di Jacopo Castellani.
Il Cinema Ritrovato - edizione restaurata
Ventenne di Edimburgo, Mark Renton ha scelto per sé “un’onesta e sincera tossicodipendenza” in modo da non doversi preoccupare del sesso, del lavoro o dei rapporti sociali. Ha degli amici o meglio dei compari con cui rubacchiare, parlare a vuoto, bere birra e bucarsi le vene: sono Sick Boy, tutto provocazioni e capelli ossigenati, Begbie, imprevedibilmente violento e alcolizzato, Tommy, che cerca di star fuori dal giro dell’eroina, e Spud, forse l’unico di cui può fidarsi. Tra tentativi di disintossicazione, ricadute e un inatteso colpo che può cambiare la vita a tutti, Mark forse entrerà a far parte dell’odiata, ma rispettabile società.
Tratto dal romanzo di Irvine Welsh, cult assoluto degli anni ’90, colonna sonora travolgente, con Lou Reed, Iggy Pop, Underworld e Blur.
79° Festival di Cannes - Gran Premio della Giuria
Programmazione:
Nota orario con (*):
Russia. In una città di provincia vivono Gleb, dirigente di successo, la bella moglie Galina e il figlio adolescente. Tutto scorre in una fredda tranquillità anche se l’inizio della guerra con l’Ucraina inizia a far sentire i suoi contraccolpi sull’attività aziendale. Fino a quando Gleb fa una scoperta che cambia il suo modo di rapportarsi con la realtà.
Zvyagintsev (già vincitore del Leone d’oro con “Il Ritorno”) torna a leggere la società russa focalizzandosi sul microcosmo famigliare che diventa sensore di quanto lo circonda. Minotaur, già dal titolo, ci mette sull’avviso: questa volta al centro ci sarà un essere che non sarà più solo umano ma scoprirà in sé un aspetto bestiale. Sempre però partendo da un nucleo familiare, questa volta di buona borghesia imprenditoriale. Gleb è un uomo di successo a cui la guerra appena iniziata contro l’Ucraina sta iniziando a creare dei problemi. Ma la difficoltà più grave nasce all’interno della famiglia. Il rapporto con la moglie è freddo e si mantiene nei limiti della reciproca buona educazione quotidiana. Il figlio (soggetto ricorrente nella filmografia del regista) si rifugia nel proprio mondo di nativo digitale e tutto sembra dover procedere così sino a quando Gleb fa una scoperta (evitate, se potete, di leggere notizie in merito che facciano spoiler) che fa emergere il suo lato oscuro.
83° Mostra del Cinema di Venezia - selezione ufficiale
Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L’uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.
La sceneggiatura, scritta dai Fratelli D’Innocenzo insieme al regista, costruisce sapientemente l’assurdità della vicenda di un uomo che si costituisce alla Polizia reo confesso dell’omicidio della moglie ma che entra all’interno di un iter burocratico kafkiano in cui non riesce ad affermare la sua colpevolezza. Naturalmente l’utilizzo del tono grottesco è paradossale per cercare di raccontare come la violenza sulle donne faccia magari più fatica a essere immediatamente percepita come tale.
Palma d'oro miglior regia - Festival di Cannes 1995
Una giornata in una delle tante banlieue parigine. Un giorno uguale a molti altri per l’ebreo Vinz, il maghrebino Said e il nero Hubert. Se non fosse che un loro amico, il sedicenne Abdel, è stato pestato dalla polizia in seguito agli scontri della notte precedente e adesso è sospeso tra la vita e la morte in ospedale. Durante i tumulti, Vinz ha trovato la pistola persa da un agente. Il ragazzo giura che la userà per vendicarsi, nel caso in cui Abdel muoia.
Un film folgorante, con dialoghi battenti, dal ritmo teso e serrato, che non lascia un attimo di respiro, girato in uno splendido e funzionalissimo bianco e nero, sporco e allucinato. Perché non c’è spazio per le sfumature e tanto meno per i colori, nel mondo svelato dal giovane talento francese Mathieu Kassovitz. Un mondo dove non si va tanto per il sottile: due fazioni in lotta; da una parte “noi”, dall’altra “loro”. Tutti cattivi, nessuno buono, nessuno condannato, nessuno assolto. Non c’è cieca adesione nello sguardo del regista, né giudizio morale. Solo un estremo e spietato rigore realistico nel tratteggiare uno spaccato sociale, senza mai scadere nel sociologismo spicciolo. Con un occhio a tanta cronaca francese e al meglio del cinema americano di genere, omaggiato nelle citazioni di Scarface, Il Cacciatore, Taxi Driver, in quella scena di Vinz allo specchio che rifà De Niro e fa esplodere tutta la bravura e l’intensità drammatica che consacrano il talento di un giovane Vincent Cassel.
Kassovitz, meritatamente premiato per la migliore regia al Festival di Cannes, osserva la banlieue con la giusta distanza, senza spingere all’identificazione con i suoi protagonisti, ma con il coraggio di chi non teme di sporcarsi le mani – e la faccia, come accade al naziskin da lui stesso interpretato – evitando così il pericolo di un freddo distacco di superiorità. Il risultato è un film duro, ottimamente congegnato, stilisticamente perfetto, con una superba direzione attoriale.
Benché creda nel proprio lavoro e nella “missione” di Facebook, l’ingegnere informatico Frances Haugen rimane incredula di fronte a evidenze degli effetti di Facebook sul comportamento umano. Sembra che la connessione tra l’algoritmo e la tendenza alla radicalizzazione sia ricorrente e tutt’altro che casuale: Frances decide di condividere i suoi sospetti con Jeff Horwitz, giornalista del Wall Street Journal in cerca di informazioni per assemblare un articolo che denunci i pericoli del social network. Tra titubanze e complicazioni, l’indagine dei due porterà alla luce scioccanti verità.
Non si racconta più la nascita di una piattaforma destinata a cambiare il mondo, ma la scoperta di ciò che quella piattaforma è diventata. Ispirato ai Facebook Files, l’inchiesta in sei puntate pubblicata dal Wall Street Journal nel 2021, il film segue la collaborazione fra la whistleblower Frances Haugen e il giornalista Jeff Horwitz, impegnati a portare alla luce le responsabilità dell’azienda rispetto agli effetti dei suoi algoritmi.
Se allora l’oggetto di indagine erano le ragioni che avevano portato Zuckerberg a trasformare il rancore personale in modello di business, oggi l’intento è dichiaratamente politico. Come nel cinema americano anni’70 di Pakula, Sorkin vuole tirare le somme sui danni di Facebook e affrontare apertamente il vulnus inflitto dal social network al già compromesso tessuto sociale.
79° Festival di Cannes - Palma d'Oro
designato dalla Romania come candidato ufficiale agli Oscar 2027 per il Miglior Film Internazionale
Programmazione:
Nota orario con (*):
I Gheorghiu, una devota coppia rumeno-norvegese, si trasferiscono in un villaggio situato in un fiordo remoto, dove stringono amicizia con i vicini, gli Halberg. I loro figli si avvicinano nonostante le diverse educazioni ricevute. Quando l’adolescente Elia Gheorghiu si presenta a scuola con alcuni lividi sul corpo, la comunità si chiede se l’educazione tradizionale che i figli Gheorghiu ricevono dai genitori possa avere a che fare con la cosa.